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Mark Lanegan – Sing Backwards and Weep – Recensione in Italiano

20 Set Mark Lanegan – Sing Backwards and Weep – Recensione in Italiano

Per gli amanti di quello che successe negli Stati Uniti del nord ovest a cavallo fra anni ’80 e ’90, Sing Backwards and Weep è già una una sorta di Vangelo, in cui l’apostolo Lanegan racconta sé stesso, la sua storia, che altro non è uno specchio che riflette l’ambiente che lo circonda, lo permea ma non lo sovrasta. Una carriera da cantante, che nasce con un unico obiettivo: fuggire da Ellensburg, la sua città natale, l’incontro con i fratelli O’Connor, la nascita egli Screaming Trees, raccontati non come uno strumento di realizzazione artistica ma semplicemente come un mezzo per uscire da una vita fatta di provincia, alcolismo, famiglie complicate e puzza di letame, proveniente dagli allevamenti di vacche della città.

Di lì a poco ci sarebbe stato l’incontro con il messiah K. Cobain, il compagno di viaggio con cui c’era in progetto un disco di cover di Leadbelly, il fratello che nel momento del bisogno inviava eroina via FedEx all’amico in preda agli spasmi dell’astinenza, fra un day off e l’altro durante le interminabili tournée europee di quegli anni. Il cristo che il giorno del suo suicidio, probabilmente per chiedere aiuto, come sempre faceva, telefonò all’apostolo fedele, che quel giorno, come spesso faceva, non rispose. Il senso di colpa, il sentimento di tradimento. Come un Giuda che come castigo dovrà rivivere in eterno la morte dei propri sodali, fino a quella più importante dell’altro fratello che la vita gli aveva concesso di scegliere, Layne Staley.

Senza troppi misticismi e romanticismi, Sing Backwards and Weep è un lungo blues di 332 pagine, scritto in modo davvero lucido, ritmato, sincero e rude, racconta della vita di un uomo che ha da sempre lottato contro sé stesso, per poter sopravvivere alla sua dipendenza dagli eccessi, su tutti alcol ed eroina. E scrivo lucido proprio perché, nonostante le confessioni intime, le dosi, i rituali, le paranoie e gli errori commessi sotto effetto della merda, Mark scrive di sé stesso e di sé-stesso-in quelle-condizioni con uno stile unico e una consapevolezza che solo i grandi uomini riescono ad avere.

Gli aneddoti sono davvero tanti e innescheranno più di un sorriso sulle guance dei fan degli artisti di quel periodo: Josh Homme scambiato per sbirro da uno spacciatore di Crack, il padre di Anthony Kiedis dei Red Hot Chili Peppers, che invita il Mark ad un orgia all’interno di una casa in cui le foto di Anthony sono rilegate al cesso, la collezione di riviste porno brutalmente razionata e vandalizzata da Jerry Cantrell, le risse fra i fratelli O’Connor per futili motivi… e quel tour con gli Oasis di Liam Gallagher, raccontato proprio come sembra ai più: un benemerito coglione!

Per chi ha vissuto il grunge come una sorta di religione, leggere questo libro è come una lunga cerimonia, un rituale in cui santi, patroni, spiriti ormai defunti tornano a prendere vita e a colorare un mondo che non esiste più. Etereo ed effimero, proprio come la religione in sé. Per tutti gli altri, un’autobiografia che puzza di sobborghi, asfalto, rock and roll e demoni che banchettano, all’interno di un viaggio nel profondo della gola e dell’anima.

Chapeu Mark.

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